I Drukhari (altresì noti come Eldar Oscuri) stano per tornare con un nuovo Codex: questa razza è ancora avvolta da molti misteri, ma una cosa è sicura: se combatti contro di loro, prega che non ti prendano vivo.

“Il racconto del Torturatore” apparve per la prima volta su un White Dwarf di più di vent’anni fa: questo breve pezzo scritto da Gavin Thorpe non solo era un capolavoro, ma gettava un minimo di luce sulla società Drukhari e sul loro tiranno, Asdrubael Vect. Lo riproponiamo qui a disposizione per le nuove generazioni di pirati spaziali. Buona lettura!

Gideon venne scosso da un incontrollabile brivido di paura mentre, seduto in un angolo della cella, era costretto ad ascoltare le urla di dolore che le pareti non riuscivano ad attutire completamente. Un urlo acutissimo eruppe nell’aria e poi cadde il silenzio, spezzato di tanto in tanto dal tintinnio di catene e dai lamenti di coloro che erano ancora vivi. Gideon sentì un rumore di passi avvicinarsi lungo il corridoio, i tacchi di un paio di stivali corazzati risuonarono sulla superficie, simile a roccia, che costituiva il pavimento. Questi si fermarono davanti alla porta e Gideon trasse un lungo, tremolante respiro ed attese; per il terrore, il cuore gli batteva talmente forte che poteva sentirlo premere contro le costole. La porta si aprì con un sibilo ed una luce intensa inondò la cella, abbagliando il prigioniero. Mentre i suoi occhi cominciavano ad abituarvisi iniziò ad intravedere la sagoma del suo torturatore: una figura sottile ed avvizzita con la schiena leggermente ricurva. Dalla cintura pendevano catene terminanti in aculei ed uncini: lame che grondavano di un liquido indefinibile adornavano le braccia e le gambe del carceriere. Dalla sua mano pendeva una lunga frusta, ricoperta da piccoli uncini che riflettevano la luce. Quando la creatura avanzò nella cella, Gideon si rese conto che si trattava di una donna, anche se difficilmente riconoscibile come tale. Portò alle labbra uno strano congegno e parlò nel suo linguaggio incomprensibile: un attimo dopo il vetusto apparecchio risputò il messaggio in un arcaico e tremolante Gotico Imperiale.

“È giunto il tuo momento, preda. Il mio Padrone ti attende.” Gracchiò la creatura, accompagnando la frase con il cenno di un dito terminante in un artiglio metallico.
Gideon si alzò faticosamente, avvolgendosi nei pochi, logori brandelli che costituivano i rimasugli della sua uniforme, nel vano tentativo di recuperare un poco di dignità. Mentre zoppicava lungo il corridoio, instabile sui piedi ricoperti da tagli e vesciche per le torture precedenti, Gideon cercò disperatamente di ricordare come fosse finito nelle grinfie dei depravati Pirati Eldar. La continua agonia e le pozioni degli alieni gli avevano ottenebrato la mente, rimuovendo dalla sua memoria ogni ricordo dell’avvenimento; tutto eccetto la vaga consapevolezza di non essere sempre stato li, di aver vissuto una vita completamente diversa. Ma quanto tempo fosse passato lui non lo sapeva; nella Città delle Tenebre non esiste l’alternarsi del giorno e della notte a scandire lo scorrere del tempo.
Mentre entrava zoppicando nella oramai familiare stanza delle torture, Gideon si guardò attorno. Le pareti erano tappezzate da strumenti per infliggere dolore: da semplici lame dalle forme bizzarre a raffinati sistemi di stimolazione ed amplificazione delle terminazioni nervose e dei recettori del dolore all’interno del cervello. Senza bisogno di istruzioni Gideon si diresse verso la lastra macchiata di sangue che gli Homunculus utilizzavano come tavolo operatorio e vi si sdraiò prono. Fu in quel momento che i suoi occhi notarono qualcosa di diverso. C’era qualcuno nella stanza, oltre a lui ed all’Homunculus. Girandosi, Gideon si mise a sedere e guardò la spettrale figura.
“Chi sei?” Chiese Gideon, la sua voce era poco più che un rantolo.
“Non fare domande!” Abbaiò il traduttore dell’Homunculus e l’essere (donna???) gli sfregiò il torace, aprendovi un taglio preciso e profondo dalla gola all’addome.
Mentre si contraeva per il dolore, Gideon vide l’estraneo uscire dalle tenebre ed avanzare nella luce rossa, proiettata dalla pietraluce sospesa al di sopra del tavolo di tortura. L’Eldar Oscuro era avvolto in un lungo manto fluente, ornato da ricami in filo d’argento, raffiguranti scene di tortura e depravazione. Il suo viso era pallido e scarno, incorniciato dall’alto collo dell’abito.
I suoi capelli erano quasi completamente rasati, salvo una lunga cresta, nera come la pece ed i suoi occhi erano talmente cupi da sembrare neri. Un sorriso crudele era fisso sulle sue labbra mentre scrutava attentamente Gideon.
“Sei un giocattolo interessante,” disse l’Eldar in un Gotico perfetto, congedando l’Homunculus con il gesto di una mano artigliata.
“Chi sei?” Chiese nuovamente Gideon, mentre faceva scivolare le gambe giù dal tavolo, in cerca di una posizione più comoda.
“Sono il Padrone,” rispose la figura con un ghigno satanico. “Sono colui che comanda in questo palazzo e nella maggior parte della città che lo circonda. Sono quello davanti al quale tutti si inchinano e che tutti chiamano Lord. Sono il conquistatore di mondi, il distruttore di sogni, il creatore degli incubi.
Sono il Re Pirata, il Principe Rinnegato. Sono tutto ciò ed altro ancora, perché io sono Asdrubael Vect ed i guerrieri della Cabala del Cuore Nero sono sotto il mio comando.”
Gideon chiuse gli occhi, cercando di comprendere quello che l’Eldar gli stava dicendo. Vect era in effetti il leader supremo dalla Cabala del Cuore Nero, il suo nome era pronunciato con reverenza e terrore in tutta la città. Prima di venire portato li, Gideon era stato prigioniero di un’altra Cabala. Girava voce che il solo sospetto di aver infastidito Vect avesse spinto il Lord dell’altra Cabala a donargli un congruo numero di schiavi, fra cui Gideon, solo per compiacere questo spietato assassino.
“Perché lo fate?” Chiese esitante Gideon, non sapendo per quanto ancora avrebbe potuto godere della rara benevolenza del Lord.
“Fare cosa, di preciso?” Rispose Vect, le sopracciglia aggrottate in un’espressione di dubbio. Il Lord portò il proprio polso alla bocca e disse qualcosa nella sua lingua. Pochi istanti più tardi, un servo entrò portando due eleganti sedie con alti ed arcuati schienali. Vect si mise a sedere, i suoi occhi freddi non si staccarono mai da Gideon. Il servo portò una bottiglia di cristallo ed un calice che posò di fianco a Gideon prima di affrettarsi a lasciare di nuovo la stanza.
“La tortura. Il terrore. I saccheggi, gli assassinii, i massacri, i furti. Tutto questo. Perché?” Replicò Gideon, bagnando un dito nel sangue che colava dalla ferita al petto per poi mostrarlo, come a rafforzare la propria affermazione.
“Perché non dovremmo?” Chiese il Lord, guardandolo con una espressione di genuina perplessità. “Non hai ragione di esistere. Se non fossi stato catturato dai miei servi, o non fossi stato ucciso da qualche malattia o da qualche stupido incidente, saresti morto nel giro di venti o quaranta dei brevi anni del tuo pianeta. Quindi perché non utilizzare una così inutile creatura per il mio sollazzo ed il mio sostentamento? Siete prede, niente di più.”
“Siete depravati e perversi. Un intero popolo che vive solo di assassinii e paura. Come può esistere un popolo simile?”
Domandò Gideon sommessamente, mentre si versava un bicchiere della bevanda aliena e con circospezione, ne assaporava un sorso .
“Come ho già detto m’interessi, per cui soddisferò la tua curiosità,” rispose Vect con voce calma ed autoritaria. Indicò la sedia vuota con un cenno del capo. Gideon scivolò giù dal tavolo e si sedette, felice di poter riposare brevemente i muscoli e le ossa della sua schiena martoriata.
“Ti racconterò la storia di un grande condottiero della nostra gente, poiché la sua storia è la storia della nascita di Commorragh, la storia del nostro popolo,” continuò Vect, rivolgendo a Gideon uno sguardo quasi paterno, che riuscì ad incutergli un terrore ancora più profondo di quello causato dal sorriso crudele. “La maggior parte non la comprenderai e potresti non credere ad alcune delle cose che dirò. La tua specie sa così poco dei popoli Eldar. Ed è bene che sia così poiché la conoscenza è potere e noi non vogliamo che voi sappiate troppo.”

“Molto, moltissimo tempo fa, più di mille delle vostre generazioni, il nostro popolo dominava i cieli. Poche razze potevano opporsi alla nostra potenza, a quel tempo Di tutti questi i più antichi e potenti, quelli che che avrebbero potuto, erano assopiti e nella nostra saggezza facemmo sì che non si svegliassero. A differenza del vostro popolo, devo dire, che finirà per portarci tutti alla distruzione con i vostri continui e grossolani errori. Comunque sia, allora non c’era nessuno in grado di opporsi al nostro volere. Ci diffondemmo fra le stelle lucenti portando gloria e bellezza su innumerevoli mondi, allo stesso modo in cui adesso, voi umani, portate sozzura e bruttezza alle stelle con la vostra presenza. Non c’era niente che non potessimo fare, poiché le nostre menti e la nostra tecnologia erano in perfetta armonia. Un semplice pensiero poteva essere catturato dalle nostre magnifiche macchine, per cui non avevamo bisogno di insozzarci con il lavoro fisico. Costruivamo creature artificiali che coltivassero la terra per noi, che combattessero per noi, che esplorassero per noi.”

“Come potrai capire, non siamo rimasti nell’ozio mentre le nostre creazioni conquistavano la galassia in nostro nome. Certo che no! Ci dedicammo al raggiungimento di ben più nobili obiettivi: ottenere la perfezione nella letteratura, nell’arte, nella danza, nello sport e nella recitazione. La ricerca dell’estetica  perfetta divenne parte integrante della nostra cultura, della nostra religione e della nostra politica. Voi rozzi umani, pensate di conoscere la tristezza e la gioia, ma le vostre emozioni non sono altro che capricci e umori passeggeri, se paragonati ai sentimenti del nostro popolo. Non potete conoscere una gioia come la nostra, così come non potete conoscere le profondità della nostra rabbia e della nostra ira. Siamo una specie passionale per cui la ricerca della perfezione divenne sempre più importante. Non avevamo niente da temere, eravamo i re delle stelle, perché non avremmo dovuto ricercare ogni piacere che l’universo avesse da offrire?

Questi divennero i principii guida della mia gente, quelli della gratificazione personale. Perché non avremmo dovuto ricercare il piacere per quanto ci fosse possibile? In fondo, la vita, ogni vita è breve e temporanea e quindi destinata a terminare. Non ha senso preoccuparsi del futuro, non c‘è ragione di rimpiangere il passato, queste sono solo follie. No, è molto meglio cogliere l’attimo e non tenere conto delle conseguenze.”
“Siete diventati una società di edonisti?’ Domandò Gideon, mentre l’attenzione di Vect sembrava scemare, persa in pensieri lontani”
“Hmm? Sì, edonisti è la parola che voi usereste,” concordò Vect, riportando la propria attenzione su Gideon. “Come certo ti aspetterai, c’è stato qualcuno che si è opposto a tutto ciò. Sciocchi tradizionalisti, folli dalla mentalità ristretta non in grado di condividere la visione della società estatica che avremmo potuto creare. Si opposero ai culti del piacere, anche se alcuni di loro avrebbero poi finito per scoprire i benefici dell’autocompiacimento. Altri sfortunatamente, non riuscirono a intuire la saggezza di quel comportamento illuminato e continuarono ad opporvisi. Alcuni di loro caddero sotto le lame, mentre altri decisero di andarsene, temendo che un cataclisma potesse cadere sul nostro popolo, come se avessimo commesso chissà quale peccato, e che un fulmine lanciato dagli dei ci avrebbe colpiti. Rinunciarono a qualsiasi piacere della carne e dell’anima e fuggirono nei mondi più lontani; deserti primitivi nei quali la nostra colonizzazione era appena cominciata. Fu un bene che se ne fossero andati, poiché non rimaneva più nessuno che fosse preda di dubbi. I culti rivaleggiavano fra di loro per attrarre adepti, ogni culto cercava di superare in stravaganza quello precedente. Oh, quei tempi sono perduti per sempre.” Vect chiuse gli occhi, rabbrividendo visibilmente a quel pensiero.
“Torniamo dunque al nostro magnifico eroe,” riprese Vect ridendo, fissando Gideon con uno sguardo maligno negli occhi. “Mentre il potere dei culti del piacere cresceva ed il sangue dei rivali veniva sparso per le strade, il nostro futuro signore era soltanto un bambino. Fu a quel tempo che buona parte della nostra gente divenne preda di una terribile preoccupazione. I nostri veggenti cominciarono a prevedere un terribile destino. Molti furono colti da un profondo dolore quando realizzarono in cosa si fosse trasformata la nostra società ed il panico si diffuse. Vennero costruiti immensi vascelli, quelli che voichiamate Arcamondi, ed essi fuggirono fra le stelle. Anche quello fu un bene, poiché in quel modo ci eravamo liberati di ogni mente dubbiosa e rimanevano soltanto i puristi della ricerca del piacere. Non potrai mai sperimentare una tale immensa gratificazione come quella di cui essi godettero. Come stavo dicendo, il nostro Signore non era che un fanciullo, che prestava servizio nel più potente fra i templi della delizia. Una notte, egli avrebbe dovuto essere sacrificato in onore di una maggior gloria del tempio, una notte oscura che ricorre una volta ogni mille anni, quando anche le stelle smettono di rifulgere”

Vect si sporse verso Gideon e gli strappò destramente il calice di mano, per prendere una sorsata del liquido simile a nettare prima di restituirlo. I suoi occhi assunsero per un breve istante un’espressione assorta, poi con un visibile sobbalzo, tornò al presente.
“Fortunatamente per il nostro popolo, il sacrificio non era destinato a compiersi. Fu quella stessa  notte che l’universo vide la nascita del Grande Nemico. Anche voi Umani avete udito dell’avvenimento. Il nostro eroe era sull’altare, il suo corpo nudo offerto alla lama sacrificale, cosparso degli olii e profumi più preziosi, la sua mente estasiata a causa degli elisir bevuti in preparazione del glorioso evento. Anche quando la lama gli toccò la gola… Il Suo urlo di nascita risuonò in tutta la galassia, soffocando stelle e spazzando via quasi completamente la nostra razza. Al Suo urlo si aggiunsero quelli di innumerevoli milioni di persone, i cui spiriti vennero strappati dai corpi dalle fauci del Grande Nemico. Quasi tutto il mio popolo morì quella notte, le vittime di Colei Che Non Può Essere Nominata caddero al suolo come gusci privi di vita.
Alcuni sopravvissero, ma ad un prezzo troppo alto. Erano coloro i cui spiriti erano divisi fra l’universo materiale ed il regno del Caos. Impazzirono: metà della loro mente era prigioniera fra i confini del mondo materiale, mentre l’altra metà veniva tormentata dalle deliranti visioni dell’Altromondo. Molti posero fine alla propria esistenza, altri caddero preda di una terribile furia omicida, aggirandosi per le strade massacrando qualsiasi cosa incontrassero, bruciando edifici, distruggendo le bellissime statue, radendo al suolo i giardini intricatamente decorati nella loro pazzia distruttiva.”
Il volto di Vect era contratto dall’angoscia mentre descriveva la caduta della propria razza. In un solo istante avevano perso tutto ed erano diventati una razza destinata a lottare per sempre sull’orlo dell’estinzione, terrorizzati dal dio che essi stessi avevano creato.

“Il nostro Signore, a causa della sua giovane età, non era ancora completamente impregnato dal piacere e dall’estasi così cari alla nostra gente, e di conseguenza, come altri bambini, non era così strettamente legato al Grande Nemico. Questo giovane schiavo era, per natura, un capo. Di tutti i sopravvissuti del proprio culto era stato il primo a reagire. Aveva radunato le poche armi su cui era riuscito a mettere le mani, e raggruppato i pochi sopravvissuti del proprio tempio. Scesero per le strade alla ricerca di altri templi del peccato. Alcuni non vollero piegarsi al suo comando ed il loro sangue si mischiò a quello dei suoi seguaci. Altri furono più saggi e presero le armi in suo nome. Altri avevano cominciato a seguirlo, massacrando coloro che non vollero piegarsi ed ascoltando misericordiosamente le preghiere di coloro che volevano essere guidati. La nascita del Grande Nemico aveva creato il vortice a voi noto come Occhio del Terrore che aveva avvolto i nostri mondi più antichi. Con il passare del tempo all’interno di quell’incubo eterno di semirealtà, divenne chiaro al nostro futuro Signore come Colei Che Ha Sete non avesse ancora finito con la nostra gente, e che la Sua fame non si sarebbe mai placata. Aveva una presa salda sui nostri spiriti e nonostante fosse stata placata dall’estinguersi della Sua sete, al momento della nascita, Ella aveva ancora bisogno di bere. Il nostro futuro Signore sentì la Sua sete avvolgerlo e La vide nei volti di altri, mentre le loro essenze vitali venivano lentamente risucchiate da Colei Che Ha Fame.”
Vect dopo aver preso un altro sorso dal calice, eruppe in una breve risata, storcendo le labbra in un sorriso contorto, poi riportò il suo sguardo su Gideon, i globi oscuri dei suoi occhi riflettevano il  bagliore rossastro della lucepietra.
“Sembrò che ci fosse una sola speranza di sfuggirLe: lasciare le proprie case e lasciare per sempre l’universo materiale. Venimmo qui, in quel reame fra i due mondi che avevamo creato per attraversare la galassia al sicuro dai pericoli. In quel luogo la presa del Grande Nemico si fece più debole, ma con orrore del nostro Signore, non era del tutto infranta. Egli aveva donato alla propria gente un po’ di tempo, un breve istante, nulla di più. Altri seguirono il suo esempio, ognuno scelse un posto per sé, costruendo nuovi templi ed attorno a questi, grandi palazzi. Qui, nel luogo dove sei seduto adesso si trovava una delle sale dell’originario Tempio del Cuore Nero. Sei un privilegiato, lo sai questo? Non sono molti quelli che sopravvivono fino a questo punto. Molti si spezzano prima ancora di raggiungere il secondo livello. Forse è per questo che mi interessi.”
“Ricordami di ringraziarti per l’onore,” disse Gideon amaramente, facendo ondeggiare gli ultimi sorsi del contenuto del bicchiere.
“Lo farò,” rispose Vect mentre il suo sguardo si faceva improvvisamente duro, mandando un brivido lungo la dolorante schiena di Gideon.
“Come sono sicuro tu abbia già intuito,” disse Vect al prigioniero, dimenticando rapidamente la propria stizza, “siccome altri arrivarono e costruirono templi e case e palazzi e magioni, l’insediamento si trasformò nella città che alcuni di noi chiamano Commorragh. Ma, anche mentre essi stavano erigendo statue ai loro signori e padroni, il nostro grande Signore continuava ad osservare il mondo reale. Vide delle creature invadere le terre della nostra gente, orribili Scim-maigh come voi Umani ed i brutali Orki, gli insopportabili Kroot ed altre ancora. In questo stesso istante, delle bestie nauseanti provenienti dalle profondità dello spazio stanno saccheggiando le nostre terre, e queste giovani, deboli razze sono ridicole nei loro tentativi di arrestare l’invasione. Meritate di essere sterminati, ma non prima di essere serviti al vostro scopo.”
“E quale sarebbe questo scopo?” domandò Gideon, distendendo le gambe dinnanzi a se, guardando le numerose cicatrici rimaste nei punti in cui la carne era stata straziata e le ossa spezzate.
“Perché? Per sostentamento e per divertimento ovviamente,” rispose il Signore della Cabale con un ghigno perverso. “Il nostro fondatore gettò lo sguardo sul mondo esterno, disgustato alla vista delle bestie che si stavano velocemente riproducendo e diffondendo in quelli che erano stati i nostri dominii. Improvvisamente venne colto da un’intuizione. Forse Colei Che Ha Sete avrebbe bevuto altri oltre a noi. Inviò alcuni dei suoi tanti guerrieri a catturare alcuni “oggetti uomini” che si erano diffusi da un insignificante mondo blu nel braccio occidentale della spirale. Queste bestie furono esaminate dai suoi migliori esperti e consiglieri, e nonostante la loro rozzezza, venne trovata in loro l’essenza della vita, quella scintilla di spirito che trasforma la carne in una cosa viva.”
“Stai parlando dell’anima?” disse Gideon sporgendosi in avanti sulla sedia e prestando maggior attenzione al farneticante racconto dell’antico Eldar.
“Anima? Anima! Anima. Anima…” Vect sembrò soppesare la parola ripetendola con accenti ed intonazioni diverse, come se stesse assaggiando un buon vino. Le parole sembravano indugiare nella sua bocca e nella sua gola per alcuni istanti. “Nel vostro modo barbaro, siete un popolo molto interessante. Il vostro linguaggio è così primitivo, pensate di poter catturare il concetto di vita ed essenza in una sola, breve parola. Incredibile…”
Il Lord degli Eldar oscuri si riprese dalla distrazione e parlò nuovamente nel comunicatore da polso. Pochi istanti dopo la porta si aprì sibilando e la donna Homunculus entrò nuovamente.
“Io-Io non capisco…” sbottò Gideon, i suoi occhi si spostavano continuamente fra i due Eldar Oscuri.
“No?” lo motteggiò Vect. “Deve essere così terribile per te…”
Il Signore Eldar Oscuro si levò in piedi e strappò il calice dalle dita intorpidite di Gideon. Lo annusò delicatamente.
“Una bevanda deliziosa,” disse Vect, ingoiandone l’ultimo sorso e lasciando cadere il calice sul pavimento, dove si infranse in centinaia di minuscoli frammenti.
“È un peccato che alcuni composti usati per la sua distillazione non reagiscano bene con il sistema digestivo umano. Ho sentito dire che i crampi allo stomaco possono durare per giorni…”
“Non hai finito la storia…” eruppe Gideon, sperando disperatamente che l’affermazione di Vect non fosse altro che un nuovo gesto di crudeltà.
“No, infatti,” rispose Vect con un’espressione di finta innocenza. “Sospetto che tu vorresti conoscerne la fine.”
“Vorrei,” sussurrò Gideon, chinando il capo in un gesto di resa.
“È una sfortuna,” disse Vect mentre si girava per incamminarsi verso la porta. “Perché non conoscere la fine del racconto ti porterà alla pazzia, non é vero? In questi momenti di lucidità, tenterai di immaginare la fine. Ti consumerà, così come un roditore rosicchia il cibo, strappandoti le ultime vestigia di sanità. Che peccato, mi interessavi davvero.”
“Devi aver avuto un altra ragione per dirmelo!” Protestò Gideon, ribaltando la sedia mentre si alzava per fronteggiare il Lord.
“Oh sì,” concordò Vect con un lento cenno d’assenso. “Mi ha divertito raccontare la storia. Non ha senso raccontarla ad alcuno dei miei servi, poiché essi la conoscono. Una storia dovrebbe essere raccontata, questa è la sola ragione per cui esiste. Così come tu esisti per il mio diletto e niente di più.”
L’Eldar era quasi fuori della stanza quando Gideon gridò. “Per cui non era per niente vero! Ti sei inventato tutto!”
“No,” Vect girò sui tacchi ed aprì il collo della veste per mostrargli la gola. Una cicatrice della lunghezza di un dito gli solcava la pelle.
“Perché io?” Implorò Gideon cadendo in ginocchio.
Guardò implorante l’Homunculus che lo ripagò con un sorriso contorto. Senza una parola gli indicò il tavolo macchiato di sangue. Quando la porta si chiuse con uno schianto, Gideon poté udire la risata di Vect echeggiare fra le pareti del corridoio, e la voce del Supremo Lord Eldar Oscuro risuonare nella stanza delle torture.

“Perché no?”